Arrivo a mezzanotte in una città che non è mia e che non si aspetta di vedermi:
e non so cosa farò, ma persino l'idea di vagare alla ricerca di un letto mi sembra meno faticosa di trascorrere il tempo nella mia stanza in subaffitto a chilometri da qui. Compro da mangiare, risolvendo un problema alla volta, cammino per strade imparate a memoria fino all'appartamento che mi ha ospitata negli ultimi quattordici fine settimana. Aspetterò qui, in questo locale sotto casa e pieno di libri nuovi, che arrivi qualcuno ad occuparsi di me. Una ragazza alta e magra si avvicina pronunciando il mio nome attraverso i denti piccoli un sorriso aperto, e mi chiedo come faccia a ricordarselo; mentre un'altra, che ha invece labbra morbide a sfidare le ossa puntute dei fianchi, mi chiede cosa voglio da bere.
Si muovono sapendo cosa fare, in una danza regolata dagli anni di ritmi familiari.
Mi lascio cadere su un vecchio divano di pelle, stravolta da questa inaspettata ospitalità. Una testa di ricci disordinati arriva con il mio bicchiere, e gli occhi verdi dietro la nebbia degli occhiali mi domandano come sto. Meglio, dico, ma so che non possono capire quanto questo dipenda da loro.
Da un angolo poco illuminato, attraverso la grande vetrata che dà sulla strada, li osservo, fino a che non riconosco l'amico che cercavo.
Mi guarda, ma non mi vede, per qualche secondo. Poi entra e si mette a ridere:
"Di nuovo qui?", mi chiede.
"E dove volevi che andassi?" gli rispondo, mentre lo abbraccio.
Rimane con me, fino a che tutte le luci si spengono ed è ora di andare a dormire.
Il giorno dopo lo passiamo chiusi in casa dal caldo, ma arriva l'ora di andare a lavorare e mi lascia le chiavi augurandomi una buona serata, che decido di passare di nuovo su quel divano sotto casa.
Stessi sorrisi, stessa birra, e la sorpresa di incontrare due ragazze che conosco, con le quali comincio per la prima volta a parlare sul serio: forse per la birra, o per esserci trovate per caso, o perché sto con i piedi nudi sulla pelle consumata del braccioli, che mi sembra di avere appena ritrovato due amiche.
Il tempo passa così, per giorni, lento e comodo come le vacanze dalla scuola, e mi pesa la valigia quando saluto e ringrazio, e faccio le scale per andare via.
Mi fermo un momento in quel posto con l'odore di cuoio dei divani e della colla dei libri; s'è alzato il vento e la porta devono tenerla chiusa con uno sgabello, che però non impedisce alle foglie di entrare attraverso la fessura tra l'infisso e il pavimento.
Sospiro. Spero che cominci una pioggia così forte che non mi faccia andare via, anche se so che non posso più stare qui.
Li saluto piano, uno ad uno, mi guardo intorno perché mi voglio ricordare tutto, e soprattutto, i loro occhi grandi e pieni.
Esco e chiudo la porta, aspetto un attimo di sentire che qualcuno s'è alzato a bloccarla di nuovo alle mie spalle, ed ho un peso tra le costole: di quando hai appena scoperto, andando via, che c'è un posto in cui puoi tornare.
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